favole di Fedro

Gaio Giulio Fedro è stato uno scrittore romano e autore di celebri favole attivo nel I secolo.

Fedro

Fedro

Fedro rappresenta una voce isolata della letteratura: riveste un ruolo poetico subalterno in quanto la favola non era considerata (analogamente a oggi) un genere letterario “alto” anche se possedeva un carattere pedagogico e un fine morale. Anch’egli come Esopo giunse a Roma come schiavo, così potrebbe aver studiato alla scuola dell’erudito Verrio Flacco, tenuta nel tempio di Apollo dove studiavano anche i nipoti di Augusto, Gaio e Lucio, e di quest’ultimo, secondo un’ipotesi,[9] potrebbe esser poi divenuto pedagogo, acquisendo quei meriti che, insieme con l’ascesa sociale, lo avrebbero portato alla libertà.Fedro riconosce la propria dipendenza dall’opera di Esopo, dando tuttavia alle sue favole maggiore dignità letteraria, riscrivendole in versi senari. Le favole di Fedro hanno un doppio scopo: divertire il lettore con scene di carattere comico, ma anche suggerire “saggi consigli” per vivere.
I suoi testi, riscoperti nel XV secolo, furono ripagati da fortuna in età moderna. Infatti Jean de La Fontaine gli deve molto e le favolette di Fedro, per il loro stile semplicissimo e i loro contenuti moraleggianti, ebbero notevole impiego, anche nell’insegnamento scolastico del latino

il-cervo-alla-fonteIl cervo alla fonte

Un cervo, dopo avere bevuto, rimase presso la fonte e nello specchio dell’acqua vide la sua immagine. E lì, mentre pieno di ammirazione lodava le corna ramose e criticava l’eccessiva sottigliezza delle zampe, atterrito dalle voci improvvise dei cacciatori, si mise a scappare per i campi e con rapida corsa sfuggì ai cani. Poi l’animale fu accolto dal bosco, dove le sue corna si impigliarono, e, così trattenuto, fu sbranato a poco a poco dai morsi feroci dei cani. Allora, sul punto di morire, dicono che abbia pronunciato queste parole:”Me infelice!Solo ora capisco quanto mi siano state utili le cose che disprezzavo,e quanto danno mi abbiano recato quelle che lodavo!”

Il corvo e la volpe

« Messer corvo aveva trovato sul davanzale della finestra un bel pezzo di formaggio: era proprio la sua passione e volò sul ramo di un albero per mangiarselo in santa pace. Ed ecco passare di là una volpe furbacchiona, che al primo colpo d’occhio notò quel magnifico formaggio giallo. Subito pensò come rubarglielo.
“Salire sull’albero non posso” si disse la volpe, “perché lui volerebbe via immediatamente, ed io non ho le ali… Qui bisogna giocare d’astuzia!”.- Che belle penne nere hai! – esclamò allora abbastanza forte per farsi sentire dal corvo; – sei la tua voce è bella come le tue penne, tu certo sei il re degli uccelli! Fammela sentire, ti prego! Quel vanitoso del Corvo, sentendosi lodare, non resistette alla tentazione di far udire il suo brutto cra crà!, ma, appena aprì il becco, il pezzo di formaggio gli cadde e la volpe fu ben lesta ad afferrarlo e a scappare, soggiungendo: “Se poi, caro il mio corvo, tu avessi anche il cervello, non ti mancherebbe proprio altro, per diventare re”.

Morale: chi si compiace degli elogi altrui troppo adulatori, finisce col pentirsene vergognandosi.

Questo può essere un esempio interessante di come la favola è stata tramandata: il primo autore fù Esopo poi Fedro e la stessa venne ripresa da Jean de La Fontaine.

l'asino che portava il saleL’asino e il vecchio pastore

Quando cambia il governo, molto spesso per i poveracci non cambia nulla se non il modo d’essere del padrone. Che sia vero lo indica questa piccola favoletta.Un vecchio pauroso faceva pascolare in un prato il suo asinello. Atterrito dall’improvviso gridare dei nemici, esortava l’asino a fuggire per non lasciarsi prendere. Ma quello, senza fretta: “Dimmi, credi che il vincitore mi metterà addosso due basti?”. Il vecchio rispose di no. “Allora, purché mi si carichi di un unico basto, cosa mi importa chi devo servire?”.

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